- Introduzione
- Genesi
- I Figli di Volcast
- Razze
INTRODUZIONE (torna su)
Keylun a tutti, il mio nome è Lucius.
Lucius il bardo zoppo, per l’esattezza.
Eh, già, perché ogni cantore deve aver passato almeno tre o quattro incidenti mortali, ed avere un segno caratteristico, per essere definito Bardo. Con la B maiuscola, sia chiaro. Bhe, io lo sono. Un cantore coi fiocchi.
Tornando a noi, forse l’avrete capito, miei cari, sono Lucius il bardo zoppo.
No, no, non sono qui per raccontarvi la storia della mia gamba, certo che potrebbe interessarvi di come ho sconfitto un cane a tre teste, giù al porto! Oh, era appena arrivato, per Volcast, ed era…ma non so qui per questo! Tu! Si, proprio tu! Non distrarmi…
Dov’ero rimasto? Ah, sì, perché vi ho riunito tutti qui.
Devo raccontarvi una storia. E’ importante, perciò non fare quella faccia annoiata, ragazzo! Io ero già saggio quando tu ancora ti strusciavi nella pancia di tua Madre!
Sono qui per parlarvi della storia della nostra isola.
Oh, sì. Ho l’onore di conoscerla, e Volcast stesso mi ha detto di narrarla. Dunque, come può un semplice essere umano impedire al volere del dio di compiersi?
Ci vorrà tanto tempo, probabilmente più notti per raccontarvi tutto…ma ne vale la pena, perciò seguitemi, avanti. Saprete tutto quanto. Promessa di Bardo. Sì, con la B maiuscola.
Direi di iniziare dalla storia più antica, quando ancora l’isola non era altro che fondale marino, e Volcast faceva parte di un altro mondo…
GENESI (torna su)
Volcast stesso mi è apparso in sogno, dico davvero!
Ed in quel sogno mi spiegava l’origine della nostra magnifica isola. Fu tutto grazie, o per colpa, di quei malefici monaci. Oh, si, sentite anche voi il vulcano tremare…no, non è per errore. Succede sempre quando si pronuncia quella parola. Volcast si adira. Quindi, siete avvisati!
Ma tornando al Principio, v’era un tempo in cui il nostro adorato dio governava su altre terre. Non mi ha svelato il loro nome, sia chiaro, ma mi ha detto che esisteva un pantheon, con dei diversi e dalle molteplici sfaccettature.
Fra loro v’era Volcast.
Al suo opposto, Nashya.
L’odio, si sa, genera sempre problemi. L’odio di due divinità, poi, provoca turbamenti molto maggiori che quelli di due semplici umani.
Io non so cosa sia successo di preciso, il dio non mi parla come fa con i suoi Figli. Eppure so che avevano entrambi dei seguaci: gli adoratori, i folli, i forsennati. Persone pronte a tutto per la loro fede. Persone in grado di uccidere, per amore delle loro divinità.
Successe quel che sempre succede.
Ci fu battaglia.
Fu cruenta, le persone si massacrarono in nome di ideali nati in parte dalle loro idee. Oh, sì! Fu una delle guerre peggiori che la storia possa ricordare: una serie interminabili di vittime, molte delle quali innocenti.
Durò per dieci anni, ma alla fine gli adoratori di Nashya trovarono il modo per bloccare i loro avversari, arrivando a coinvolgere il pantheon stesso per la loro vena di follia; ci fu, tra di essi, un adoratore della stregoneria, che in anni di studio trovò una terribile arma.
Qualcosa che avrebbe cambiato la storia. E la vita di quel paese.
Trovò il modo per incatenare le divinità minori.
Sì, lo so, lo so! Calmatevi, calmatevi ve ne prego! Io sono solo un semplice bardo, non un folle ed un fanfarone! Fatico io stesso a pronunciare queste parole, che risultano incomprensibili per noi, comuni viventi.
Ma sono tremendamente serio quando vi dico che il dio stesso mi ha parlato!
Se non ci credete, non importa. Questa è la storia…quindi se non volete stare ad ascoltarla, potete andarvene!
Bene, allora continuo.
Eravamo rimasti ad una svolta pericolosa, e decisiva.
Come vi dicevo, trovò il modo di incanalare l’essenza dentro un oggetto, e di sigillarvela per l’eternità. O almeno, questo era quanto credeva.
Una notte venti persone si riunirono, tutte di verdi vestite, agitando le braccia e modulando le loro voci come un unico, possente richiamo. Provate ad immaginare una melodia crescente, che spezza ogni remore, che chiama, che costringe. Una melodia potente, un suono forte che può spezzare mondi interi.
Nel bel mezzo del loro cerchio si trovava un semplice bauletto, di legno scuro, probabilmente ebano, ma un povero bardo come me non può certo esserne sicuro. Intarsiato con l’argento, chiuso da un pesante lucchetto in ferro brunito. Resistente, modellato con il sano lavoro e con la magia della loro Signora.
Richiamarono il nostro amato dio, e, siano essi maledetti per sempre!, lo rinchiusero. Oh, no, no! Siete impazzito? Anche se sapessi il canto, o se conoscessi il modo per imprigionare un dio, di certo non verrei a dirlo a voi! Insomma, per chi mi avete preso!
Potrei smettere di raccontare, se il vostro interesse è solo questo! Mh…bene. Allora lasciatemi proseguire in pace! No, non sono scorbutico! Solo, ho paura che qualche altro pazzo voglia comportarsi in maniera tanto sciocca!
Non so il loro modo di agire, so solo che lo relegarono in quel cofanetto magico, ed assegnarono il compito ad uno di loro, Jeerco il suo nome, di raggiungere la costa più lontana dalla loro penisola, e di nascondere per sempre alla vista il contenitore.
Il monaco partì su una nave, piccola e stretta, lasciandosi andare verso nuovi mondi lontani, nel cuore della notte: il suo fu un viaggio lungo, durò per ben cinque mesi senza che ancora l’ultima costa, la più lontana, venisse trovata.
Ma una notte il potere di Volcast, imbrigliato ma non quiescente, si sprigionò in tutta la sua forza. Pazzi coloro che cercano di controllare una divinità!
Ma raccontiamo le cose con ordine…
Il silenzio era interrotto solo dalle onde del mare, che lentamente si infrangevano sugli scogli sporgenti in una vasta ed isolata distesa d’acqua. Una notte come tante per quel piccolo pezzo di oceano. Improvvisamente, però, vi fu una luce, nel buio infinito: una piccola luce tremolante, che si muoveva sulle onde, dondolando ritmicamente. Era una barca.
Semplice legno tenuto assieme da spesse corde, lasciato ai capricci del mare senza neanche dei remi o una vela. Troppo a lungo era durato il viaggio del monaco, rimasto da solo, impazzito per quel compito che era la sua unica ragione di vita. Oh, no, non compatitelo. Ricordatevi del suo compito, e della sua blasfemia.
Uno scossone fece dondolare la barca in maniera violenta, improvvisa. Un altro. Ed un altro ancora. Violenti, precisi. Ve lo dico io, una barchetta del genere non può certo reggere a lungo, e men che meno davanti alla furia di un dio che voleva la libertà.
Il monaco venne sbalzato fuori dalla piccola nave ormai quasi inabissata, e lo scrigno con lui. Lo tenne stretto, annaspò, cercò di salvarsi, di portare a termine la sua missione: sbraitò, ingoiò l’acqua, ed infine, cedette. Il suo corpo smise di lottare, e si lasciò cadere nell’oscurità.
Fu solo molti anni dopo che questa storia venne dimenticata che Phyrosia nacque.
Lo scrigno si ruppe, e nelle profondità marine un solco rosso intenso iniziò a tracciarsi: il fuoco, fonte di vita, segnò i contorni di una vasta isola, ed un maremoto spostò le acque, permettendo l’innalzamento della terra.
Immaginate, miei cari ascoltatori, un’enorme massa scusa alzarsi dalle acque, con lingue di lava e nubi di vapore a contornarla. Oh, si, uno spettacolo meraviglioso. Nacque così la nostra isola, il nostro luogo di riposo.
Volcast si liberò di ogni catena, e decise di non tornare più nella penisola. Scelse un luogo dove vivere in pace, isolato dal resto del mondo abbastanza da non provocare l’interesse di grossi eserciti.
Ed è qui che finisce la prima parte della nostra storia, dato che, com’è chiaro, solo molti anni dopo la vegetazione e le prime forme di vita presero piede in questo luogo incantato.
I FIGLI DI VOLCAST (torna su)
Voce di Volcast
C’è forse da dire che la solitudine è una piaga che colpisce anche gli dei? L’isola era stupenda, e gli animali stavano crescendo. Ma era vuota. Né risa di bambini, né grida di anziani. Non v’erano parole, ma solo suoni naturali. Non v’era il martello del fabbro, e la sega del costruttore.
Silenzio.
Fu allora che Volcast decise di avere una progenie che lo accompagnasse nella sua vita su Phyrosia.
Nacque in un orario preciso, era l’alba. Non un minuto prima, né uno dopo. Nacque tra la notte ed il giorno, quando ancora non s’era deciso per uno di questi. Nacque senza avere un nome. Volcast lo chiamava Figlio, e fu il primo abitante dell’isola.
Lo creò dalla sua stessa essenza, lo plasmò dal fuoco, e di lava fece il suo sangue.
Capelli ed occhi rossi come le fiamme ardenti, pelle abbronzata dal sole quasi perenne dell’isola. Lo creò perfettamente controllato, bilanciato fra il Male ed il Bene. Fra il Giorno e la Notte. Ed iniziò ad insegnargli ciò che sapeva.
Fu solo dopo molti anni che diventò la Voce del dio sull’isola. Il suo Portavoce, colui che fece suo il compito di portare il Verbo di Volcast sull’isola. Ma accadde molti, troppi anni dopo la sua nascita. E per molto tempo lui fu l’unico.
Dimitri
Quando il commercio era ben avviato, e la Voce aveva ormai assunto il suo ruolo di portavoce, Volcast iniziò a sperimentare nuove realtà.
Come mai aveva potuto fare come dio minore, il vulcano divenne sede di vita.
Fu esattamente a mezzanotte di un giorno privo di luna che nacque il figlio dato dalla rabbia che Volcast provava per quanti lo avevano esiliato. Nacque dalla parte negativa del dio, e prese forma sotto l’aspetto di un giovane ed attraente Vampiro, a cui fu dato il nome di Dimitri.
Una figura estremizzata, e dai caratteri opposti: capelli neri per una pelle candida. Freddo il tocco, ma bollente il sangue.
Immortale e già adulto si è presentato all’isola, ospitando il suo Castello fra le montagne, in modo da abbracciare con lo sguardo tutto il panorama offerto da Phyrosia. I suoi occhi, rossi come la lava stessa del dio, sono la sua firma più caratteristica, e segnano tutta la sua stirpe.
Oh, Signori miei, quale terrore incute la sua figura, che non si piega e sembra quella di un re.
Non sono, tuttavia, qui per narrarvi tutta la sua vita…anche perché il dio non me l’ha rivelata, nel sogno…e di certo non intendo andare a chiedergliela!
Vi basti sapere che la sua vita ha avuto inizio così, vivendo e cacciando di notte come i lupi di cui presto si è circondato, razziando l’isola dei suoi abitanti, inebriandosi del loro calore. Provando affetto, odiando, distruggendo e manipolando.
Signore indiscusso del suo Castello, e Imperatore della parte che più è oscura di quest’isola.
Verbatorum e i lyarcon
La più piccola della famiglia, invero.
Se “piccola” si può dire, di qualcuno nato prima che il bisnonno di quell’elfo laggiù vedesse la luce del sole!
Qualche centinaio di anni dopo la venuta al mondo di Dimitri Volcast si rese conto che, presto o tardi, sarebbe stato un vero caos, dominato dalle forze del male e lasciato libero di incorrere in violenze gratuite e impossibili.
Così decise di dare all’isola una terza figlia, creando nel contempo la prima falla nelle anime delle creature viventi. Creò una lyarcon, forgiata dalla propria anima e da quella di un unicorno, animale puro e perfetto, anche se fin troppo orgoglioso.
Ne nacque Alexandra, che chiamò a sé la parte positiva dell’isola, radunandola e riportando l’ordine naturale delle cose, lasciando che sull’isola vigesse nuovamente la pace. Dalla sua nascita le anime degli animali impararono ad incanalarsi in quelle degli umani, spezzandole, dividendole e fondendosi con loro, a dare vita ai lyarcon.
RAZZE (torna su)
Bentornati, amici miei. Vuol dire che non vi ho annoiati, ieri sera. Bene, bene! Non posso che esserne lieto! Del resto, è opera di un bardo prestare allegria e interesse, non far dormire i suoi ascoltatori sulle poltrone!
Comunque, non sono qui per farvi lezione…anche perché non mi pare voi siate dei miei gildati…ma si sa, l’occhio perde la sua forza, con l’andare del tempo, quindi potrei anche non ricordarmi di voi.
Oh, d’accordo! D’accordo! Vado avanti…non c’è più la gioventù rispettosa!
Dunque dicevo, ah, sì, stavo raccontando di come i primi abitanti si svilupparono sull’isola. Voi sapete quali sono?
Gli Elfi? Oh, no..forse altrove, ma non qui.
Gli Uomini? Molto scontato, ma no…
I lyarcon? Oh, no, ma ci sarà tempo per spiegare come tutti loro giunsero sull’isola.
I primi furono gli Slisser.
Slisser
Nulla di magico, ma di semplice attesa. Si tratta di un processo lungo, talvolta difficile. Del resto si può immaginare che siano nati dai primi, veri abitanti dell’isola: le lucertole. Oltre agli uccelli furono i primi animali a stanziarsi nell’entroterra.
Agili, veloci e dedite ad una calma vita priva di pericoli, le lucertole ben presto crebbero di dimensioni, raggiungendo e superando il metro di lunghezza. Divennero predatori in grado di cacciare animali di medie-piccole dimensioni, anche se continuarono a prediligere una vita facile.
E poi…bhe, Volcast stesso dice che alcuni di loro impararono a pensare, e le prime comunità si formarono nei pressi del bosco, e della spiaggia, dove il caldo sole scaldava le loro scaglie fredde.
I più temerari, anni ed anni dopo, si drizzarono sulle zampe posteriori, per catturare meglio le prede, ed impararono ad usare piccoli utensili e poi oggetti. Fu poi il tempo di conoscere Volcast, e il suo culto. Fedeli credenti si rivolsero alla Voce per avere guida e consiglio. Divennero ben presto gruppi in grado di difendersi, di capirsi, di supportarsi, aiutati dal Figlio del dio, che li guidava verso la crescita, interiore ed esteriore.
Potrete non crederci, Signori, ma vi assicuro che si è svolto così…né più né meno di quel che state udendo…
E dopo? Dopo avvenne la peggior tempesta che l’isola abbia mai visto…e nel mezzo v’era una flotta di navi…
Le altre razze
Si trattava di due flotte, a onor di verità.
Si stavano combattendo a vicenda, lungo la costa della quieta isoletta. C’erano nugoli di frecce, e insulti che fioccavano da una parte all’altra delle acque. V’era il sangue, il terrore e i rumori. Le grida dei disperati e i gemiti dei morenti. C’erano le corde che si spezzavano, ed il legno che si frantumava. Quattro navi furono distrutte, e le altre si ritrassero per tornare alle loro normali vite quando una tempesta iniziò a formarsi proprio sopra le loro teste.
Scapparono, codardi, e qualche nave si lasciò dietro di sé i feriti, ancora immersi nell’acqua, annaspanti e terrorizzati. Vi fu un tremendo temporale, quella notte, e c’è chi giura, anche se proprio non capisco come possano saperlo, loro, che le onde si abbatterono sull’isola più alte di venti metri!
Oh, io raccolgo solo storie, si sa…eppure, se più d’uno ne sono così certi qualcosa di vero ci dovrà pur essere.
Comunque sia, le onde sbatterono sulla riva i corpi dei soldati, e anche qualche superstite, anche se erano davvero pochi, forse una ventina. La tempesta cessò qualche ora dopo, e un raggio di sole illuminò il volto di un giovane soldato umano, dall’aria distrutta e spersa.
Nell’aprire gli occhi verdi il ragazzo si ritrovò avanti una grossa lucertola, dal volto quasi umanoide e l’atteggiamento incerto. Sobbalzando cercò di urlare, ma era troppo stanco, e presto o tardi ricadde in un sonno agitato dagli incubi.
Col passare del tempo, svegliandosi sempre più spesso, capì di trovarsi davanti a creature pensanti, per quanto strano fosse il loro aspetto. Parlando con loro imparò, così come gli altri naufraghi, a rispettarli, e strinse con loro amicizia.
Gli Slisser gli spiegarono che la loro piccola comunità, sorta nella baia più grande di tutta l’isola, era stata invasa dai corpi dei loro compagni e dei loro avversari, ma che nessuno doveva osare alzare spada contro gli altri. Lì erano tutti feriti, e non variava la situazione in cui erano caduti.
Assieme, nel corso degli anni, diedero vita ad incroci fra razze, e nacquero mezzi elfi e mezzi drow, oltre ad acquisire un intenso senso di nazionalità verso l’isola che li aveva salvati. Crebbe il culto di Volcast, e la certezza di voler vivere su quell’isola soleggiata.
Iniziò a svilupparsi una città, e fu sede, anni ed anni dopo, di intense vie commerciali, che portò afflusso di sangue nuovo sull’isola, ma anche l’esodo di molti degli Slisser presenti, eccitati all’idea di poter vedere il mondo.
Con questo scambio di persone, culture e lingue l’isola divenne un grosso miscuglio di nazionalità, e si fece porto di idee e nuove culture, anche se quella dominante rimase di Volcast e della sua Voce, che divenne tale per tutti.
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